Il fuoco amico dello shutdown colpisce la Difesa, non la crescita
Gli effetti negativi del parziale shutdown dell’apparato federale americano non sono innanzitutto di tipo economico. La crescita dell’economia americana non è immediatamente minacciata dall’attuale stallo politico, nonostante gli sforzi di Barack Obama per descrivere il paese come un paziente moribondo che rischia grosso se i repubblicani non decidono in fretta di abbandonare le loro posizioni intransigenti. L’America non sprofonderà per l’assenza temporanea di quasi ottocentomila impiegati federali né per la chiusura di parchi nazionali e monumenti.
12 AGO 20

New York. Gli effetti negativi del parziale shutdown dell’apparato federale americano non sono innanzitutto di tipo economico. La crescita dell’economia americana non è immediatamente minacciata dall’attuale stallo politico, nonostante gli sforzi di Barack Obama per descrivere il paese come un paziente moribondo che rischia grosso se i repubblicani non decidono in fretta di abbandonare le loro posizioni intransigenti. L’America non sprofonderà per l’assenza temporanea di quasi ottocentomila impiegati federali né per la chiusura di parchi nazionali e monumenti. Diverso, invece, il rischio legato al tetto del debito (che l’Amministrazione maliziosamente intreccia al plot narrativo dello shutdown), sul quale il Congresso deve trovare un accordo entro la metà di ottobre: “Siamo tutti d’accordo sul fatto che non dobbiamo fare nulla che possa rallentare la ripresa”, ha detto il ceo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, dopo l’adunata dei banchieri alla Casa Bianca convocata da Obama. Ieri il segretario del Tesoro, Jack Lew, ha spiegato che il mancato innalzamento del tetto del debito trascinerà l’America in “una crisi finanziaria che potrebbe ricordare gli eventi del 2008, o anche peggio”. Anche il capo del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha detto che “lo shutdown è un male, ma la questione del debito sarà molto peggio”.
Nell’immediato, però, danni del fuoco amico di Washington si manifestano nell’ambito della sicurezza nazionale, a partire dal capitolo – attualissimo – delle sanzioni internazionali. Come scrivono Josh Rogin e Eli Lake del Daily Beast, l’ufficio del dipartimento del Tesoro che amministra le sanzioni e controlla i trasferimenti illeciti di fondi verso vari paesi fra cui Iran, Corea del nord e Siria è rimasto quasi vuoto. Il 90 per cento degli impiegati rientra nella categoria dei lavoratori “non essenziali” e da martedì non si è presentato in ufficio. La sezione che si occupa di tracciare i finanziamenti legati al terrorismo e le operazioni finanziarie orchestrate per aggirare le sanzioni è senza personale, uno spiacevole incidente di percorso (e d’immagine) per l’Amministrazione che sta trattando il disgelo diplomatico con l’Iran facendo leva sull’efficacia delle sanzioni. “Proprio per le straordinarie sanzioni che abbiamo implementato negli ultimi anni, gli iraniani sono pronti, sembra, per negoziare”, ha detto Obama lunedì dopo l’incontro con il premier di Israele, Bibi Netanyahu, che ha chiesto al presidente di non cedere alle lusinghe di Hassan Rohani, un “lupo travestito da agnello”.
Il Pentagono dimezzato. Con un provvedimento ad hoc Obama ha garantito lo stipendio al personale militare “attivo” e ai contractor della difesa, ma metà del personale civile del Pentagono è stato colpito dallo shutdown. Il budget della Difesa è stato già severamente messo alla prova all’inizio dell’anno dal “sequester” – nel giro di pochi mesi si riaprirà di nuovo il dibattito su questo delicato capitolo – e la chiusura del governo federale non aiuta l’apparato militare impegnato in una vasta opera di razionalizzazione delle spese che, almeno nelle intenzioni, non dovrebbe andare a discapito delle capacità difensive.
Il Pentagono dimezzato. Con un provvedimento ad hoc Obama ha garantito lo stipendio al personale militare “attivo” e ai contractor della difesa, ma metà del personale civile del Pentagono è stato colpito dallo shutdown. Il budget della Difesa è stato già severamente messo alla prova all’inizio dell’anno dal “sequester” – nel giro di pochi mesi si riaprirà di nuovo il dibattito su questo delicato capitolo – e la chiusura del governo federale non aiuta l’apparato militare impegnato in una vasta opera di razionalizzazione delle spese che, almeno nelle intenzioni, non dovrebbe andare a discapito delle capacità difensive.
Dall’Asia, dove il segretario del Pentagono sta viaggiando assieme a John Kerry per implementare quel “pivot asiatico” scavalcato da altre priorità militari, Chuck Hagel dice che “il Pentagono non ha budget. Viviamo ancora sotto la nube dell’incertezza su quello che succederà. Questo si riflette nelle nostre missioni in giro per il mondo e sul fatto che i nostri alleati mettono in discussione la nostra capacità di mantenere gli impegni. E condiziona i nostri piani ora che stiamo discutendo, come sapete, sul bilancio del 2015, che prevede nuovi tagli da 52 miliardi di dollari”. Hagel non rivende lo shutdown come un catastrofico abbassamento delle difese americane: la sicurezza nazionale, dice, non è a rischio “ma quando togli quel numero di impiegati civili dalle mansioni ordinarie di pianificazione di sicuro ottieni un impatto negativo sulla capacità di reazione. Non è uno scherzo”.
Aerei a terra, spie a spasso. “Non è soltanto una ‘Beltway issue’”, una faccenda burocratica e politica che inizia e finisce dentro ai confini della capitale, dice il direttore delle agenzie d’Intelligence, James Clapper. Migliaia di analisti dei servizi americani che si occupano di medio oriente non sono in servizio, un “sogno”, come lo definisce Clapper, per tutti i governi stranieri che vogliono reclutare agenti che normalmente lavorano per noi. Durante la testimonianza alla commissione giudiziaria del Senato, Ted Cruz, incarnazione dell’intransigenza repubblicana e catalizzatore degli strali della Casa Bianca ha detto: “Spero che le questioni politiche siano messe da parte e possiamo convergere tutti su una risoluzione per riattivare i fondi per il Pentagono e la comunità d’intelligence”, soluzione invocata anche da Clapper e dalla comunità d’intelligence mutilata. La Casa Bianca ha escluso senza appello un negoziato sui finanziamenti caso per caso, soluzione che allungherebbe la crisi politica e comunque non derubricherebbe la modifica dell’Obamacare dall’agenda dei repubblicani, la radice politica dello stallo federale. Il fuoco amico colpisce anche le forze aeree americane. Il giornale Foreign Policy spiega che l’Air Combat Command dell’aeronautica, il comando da cui dipendono le operazioni aeree, dagli F-15 ai droni, è costretto a lasciare al suolo tutti i mezzi che non sono coinvolti in operazioni militari entro la fine dell’anno. Significa, ad esempio, che tutti gli aerei della Mountain Home Air Force Base in Idaho potrebbero rimanere negli hangar per tutto l’autunno, a dispetto della richieste del comando di nuovi test ed esercitazioni. Il paradosso (che suona come una beffa nel contesto generale della crisi di leadership dell’America) è che i caccia di Singapore che stazionano in Idaho e quelli tedeschi e canadesi che transitano regolarmente per soste tecniche vanno tranquillamente avanti e indietro mentre quelli americani sono inchiodati al suolo.
La cyberguerra di trincea. Il fuoco amico dello shutdown colpisce anche le difese tecnologiche americane, che anche in tempi di vacche relativamente grasse sono finite sotto l’assedio di incursori e virus stranieri. Lo U.S. Strategic Command, che controlla le operazioni di cyberterrorismo, lavora con un organico ridotto dell’85 per cento, perché l’apparato di difesa telematica poggia in larga parte su personale civile. La natura stessa del lavoro dei manutentori delle infrastrutture tecnologiche implica danni significativi anche a fronte di un’interruzione di pochi giorni: una volta tornati al lavoro, gli informatici del governo dovranno passare giorni ad aggiornare il sistema, per recuperare il tempo perduto. Anche una breve distrazione può essere grave in una cyberguerra che si combatte costantemente, più un conflitto di trincea che un sistema di guerre lampo. La National Security Agency, incaricata – naturalmente – della sorveglianza, con lo shutdown ha perso temporaneamente 4 mila ingegneri informatici, mille matematici e oltre novecento dottori di ricerca in varie spiecialità. Per il direttore dell’agenzia, il generale Keith Alexander, si tratta dell’ossatura fondamentale dell’agenzia, quella che sostiene il monumentale lavoro di analisi. Soltanto Edward Snowden e i suoi sodali si saranno rallegrati della defezione.
Aerei a terra, spie a spasso. “Non è soltanto una ‘Beltway issue’”, una faccenda burocratica e politica che inizia e finisce dentro ai confini della capitale, dice il direttore delle agenzie d’Intelligence, James Clapper. Migliaia di analisti dei servizi americani che si occupano di medio oriente non sono in servizio, un “sogno”, come lo definisce Clapper, per tutti i governi stranieri che vogliono reclutare agenti che normalmente lavorano per noi. Durante la testimonianza alla commissione giudiziaria del Senato, Ted Cruz, incarnazione dell’intransigenza repubblicana e catalizzatore degli strali della Casa Bianca ha detto: “Spero che le questioni politiche siano messe da parte e possiamo convergere tutti su una risoluzione per riattivare i fondi per il Pentagono e la comunità d’intelligence”, soluzione invocata anche da Clapper e dalla comunità d’intelligence mutilata. La Casa Bianca ha escluso senza appello un negoziato sui finanziamenti caso per caso, soluzione che allungherebbe la crisi politica e comunque non derubricherebbe la modifica dell’Obamacare dall’agenda dei repubblicani, la radice politica dello stallo federale. Il fuoco amico colpisce anche le forze aeree americane. Il giornale Foreign Policy spiega che l’Air Combat Command dell’aeronautica, il comando da cui dipendono le operazioni aeree, dagli F-15 ai droni, è costretto a lasciare al suolo tutti i mezzi che non sono coinvolti in operazioni militari entro la fine dell’anno. Significa, ad esempio, che tutti gli aerei della Mountain Home Air Force Base in Idaho potrebbero rimanere negli hangar per tutto l’autunno, a dispetto della richieste del comando di nuovi test ed esercitazioni. Il paradosso (che suona come una beffa nel contesto generale della crisi di leadership dell’America) è che i caccia di Singapore che stazionano in Idaho e quelli tedeschi e canadesi che transitano regolarmente per soste tecniche vanno tranquillamente avanti e indietro mentre quelli americani sono inchiodati al suolo.
La cyberguerra di trincea. Il fuoco amico dello shutdown colpisce anche le difese tecnologiche americane, che anche in tempi di vacche relativamente grasse sono finite sotto l’assedio di incursori e virus stranieri. Lo U.S. Strategic Command, che controlla le operazioni di cyberterrorismo, lavora con un organico ridotto dell’85 per cento, perché l’apparato di difesa telematica poggia in larga parte su personale civile. La natura stessa del lavoro dei manutentori delle infrastrutture tecnologiche implica danni significativi anche a fronte di un’interruzione di pochi giorni: una volta tornati al lavoro, gli informatici del governo dovranno passare giorni ad aggiornare il sistema, per recuperare il tempo perduto. Anche una breve distrazione può essere grave in una cyberguerra che si combatte costantemente, più un conflitto di trincea che un sistema di guerre lampo. La National Security Agency, incaricata – naturalmente – della sorveglianza, con lo shutdown ha perso temporaneamente 4 mila ingegneri informatici, mille matematici e oltre novecento dottori di ricerca in varie spiecialità. Per il direttore dell’agenzia, il generale Keith Alexander, si tratta dell’ossatura fondamentale dell’agenzia, quella che sostiene il monumentale lavoro di analisi. Soltanto Edward Snowden e i suoi sodali si saranno rallegrati della defezione.